Pascoli e praterie

Fra le rocce e il bosco

Vacche piemontesi al pascolo a Entracque (Augusto Rivelli/APAM)

Le formazioni prative ricoprono circa il 17% della superficie del Parco. Le praterie migliori dal punto di vista foraggero sono i cosiddetti prati-pascoli o prati pingui, presenti a partire dagli 800 metri di quota: un tempo erano sottoposti a sfalcio e consumazione diretta, pratica che favoriva la presenza di buone specie foraggere. Cotiche di questo tipo si trovano generalmente alle quote inferiori e all’imbocco dei valloni principali: i migliori si trovano nella Val Grande nei dintorni di Palanfrè e nella zona di Esterate, dove però, in seguito all’abbandono delle pratiche legato allo spopolamento, si assiste oggi all’avanzata del bosco.

Nelle praterie un tempo ottenute per disboscamento e oggi non più sottoposte a pratiche culturali che ne conservino la fertilità e la ricchezza in buone foraggere si verifica, oltre al diradamento della cotica erbosa, una progressiva comparsa di specie frugali e amanti del secco. In questo modo si formano le cosiddette praterie magre.

Un altro esempio di degradazione del pascolo, legato in questo caso all’eccessivo pascolamento, è offerto dal nardeto. Esso si sviluppa nelle conche pascolive fertili e fresche, dove, a causa dell’intenso calpestio del bestiame, vengono via via eliminate le specie più delicate, che lasciano spazio al Nardus stricta. Questa graminacea sopporta bene il terreno compatto e poco aerato; ripetutamente schiacciata produce fitti cespi che nei casi estremi formano un tappeto denso e infeltrito.

La morfologia aspra e rocciosa con nevai e sfasciumi detritici tipica dell’ambiente alpino delle Alpi Marittime non consente la presenza di estese praterie d’alta quota, ridotte per lo più a lembi di prateria discontinua e cenge erbose.