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Dagli orsi delle caverne alla corsa all'oro

La Riserva naturale delle Grotte del Bandito

Uno degli ingressi del sistema carsico (G. Bernardi/PNAM).

In breve
Il massiccio cristallino dell'Argentera è stretto da un abbraccio di rocce sedimentarie che coprono la bassa Valle Gesso: si tratta di antichi fondali marini divenuti calcari e dolomie. In queste rocce assai più "morbide" e permeabili rispetto a quelle delle cime dell'alta valle, l'acqua, infiltrandosi attraverso crepe e fenditure, ha scavato nel corso dei millenni gallerie e cunicoli. Il più importante sistema sotterraneo della valle è rappresentato dalle Grotte del Bandito, che si aprono in prossimità del torrente Gesso, nel Comune di Roaschia. Qui, sono stati ritrovati resti di Ursus spelaeus, l'antico orso delle caverne. Qui i valligiani hanno scavato a lungo in cerca di pagliuzze d'oro. Qui, sfruttando il clima stabile delle grotte, svernano colonie di Chirotteri, il cui letargo non va assolutamente disturbato, pena la morte dei pipistrelli. Qui vivono specie di invertebrati perfettamente adattati all'ambiente sotterraneo. Per il loro interesse naturalistico e archeologico, le Grotte del Bandito sono oggi una Riserva naturale ricompresa nel SIC IT1160056 “Alpi Marittime": esse sono sottoposte a tutela e l'accesso alle cavità è limitato.

Come si sono formate le Grotte del Bandito
Circa 200.000 anni fa, durante la terza glaciazione conosciuta col nome di Riss, la Valle Gesso era coperta da due grandi rami glaciali: il primo, detto ghiacciaio di Entracque, era formato dai ghiacciai della Barra, della Rovina e del Bousset; il secondo, quello di Valdieri, era costituito dall’unione del ghiacciaio della Valletta e Valasco con quello della Meris. Le due principali lingue glaciali andavano ad unirsi a monte di Valdieri formando il grande ghiacciaio del Gesso, spesso circa 300 metri e largo quasi due chilometri, che si estendeva fino alle strette di Andonno. Nel corso dell'ultima glaciazione, la glaciazione würmiana, i due rami glaciali rimasero separati tra loro. I detriti portati a valle dai ghiacciai sono ancora oggi visibili nei depositi morenici di Tetti Bandito e San Lorenzo di Valdieri, ben identificabili anche dalla strada provinciale, e in quelli di Esterate e della Polveriera. In epoche più recenti, sorgenti sotterranee come quella della Dragonera presso l’abitato di Roaschia o quella del Bandito hanno scavato nelle rocce calcaree gallerie e cunicoli formando una fitta rete di grotte carsiche, tra le quali, appunto, la Grotta del Bandito.

Arrivano gli orsi!
Fin dall'Ottocento il complesso ipogeo è stato studiato per i ricchi giacimenti di fossili, in particolare di ossa dell’orso delle caverne (Ursus spelaeus), una specie di orso estintasi nel corso dell’ultima glaciazione, che ha abitato la Valle Gesso e numerose altre cavità del Cuneese (grotta del Caudano - Val Maudagna -, grotta di Bossea - Val Corsaglia -, cavità delle aree carsiche di Val Casotto, di Valdinferno-Val Tanaro e di Val Pennavaire) tra i 66.000 e i 30.000 mila anni fa. Gli orsi delle caverne erano animali di notevoli dimensioni, di circa un terzo più grandi rispetto all'attuale orso bruno: gli esemplari più grandi potevano raggiungere i tre metri e mezzo dritti sulle zampe posteriori, per un’altezza alla spalla di circa un metro e mezzo. Si stima che il loro peso potesse raggiungere la tonnellata. Questi numeri collocano l’orso speleo tra i più grandi mammiferi carnivori mai comparsi sulla Terra.
Essi si riparavano nelle grotte, solitamente nelle sale più interne, durante il letargo invernale o per partorire i cuccioli. Dalla morfologia della corona dentaria e dall'usura dei denti degli orsi è possibile trarre preziose informazioni sulla loro alimentazione: l’analisi di queste caratteristiche ha indotto gli studiosi a ipotizzare che l’Ursus spelaeus fosse onnivoro e forse più vegetariano dello stesso orso bruno attuale. L’estinzione di questa specie sembra potersi connettere ai drastici cambiamenti del clima e alle conseguenti modificazioni dell’ambiente che si verificarono alla fine del Würm, l’ultima grande espansione glaciale, intorno ai 15.000 anni fa: le ossa di molti animali si sono depositate in gran numero sul fondo delle Grotte del Bandito. Durante le piene del Gesso le acque invadevano i cunicoli e le sale sotterranee della grotta, e i detriti da esse trasportati hanno ricoperto gli scheletri di orso permettendone la fossilizzazione.

Non solo orsi...
Le grotte del Bandito non hanno offerto riparo solamente ai grandi plantigradi. In epoca protostorica esse sono state oggetto di frequentazione umana, come testimonia il rinvenimento casuale, nel 1967, nella grotta occidentale, di un coltello in bronzo, di probabile produzione villanoviana bolognese e databile all’VIII secolo a.C. Si tratta di un reperto molto importante perché costituisce un prezioso indizio dello sviluppo di contatti commerciali tra l’area emiliano-romagnola e i valichi delle Alpi occidentali, attraverso la via del Tanaro. I segni e le firme che si trovano sulle superfici delle grotte attestano che il complesso ipogeo non è stato abbandonato neanche in epoca storica, ma che anzi esso è stato meta e rifugio, in momenti diversi, per una variegata umanità: esploratori, speleologi, banditi, innamorati e partigiani hanno, infatti, voluto lasciare traccia di sé e del proprio passaggio sulle pareti di questi antri.

Scavi per arricchirsi e scavi per conoscere
Alla fine del XIX secolo alcuni rami della grotta furono sfruttati per la ricerca dell’oro, e nella frenesia degli scavi molti fossili andarono distrutti. Per la scarsa resa e le difficoltà di setacciamento la corsa all’oro si spense ben presto. Nei primi del Novecento, come testimoniano gli scritti raccolti presso il Museo Civico di Cuneo, le molte ossa di orso rinvenute nei dintorni della grotta venivano utilizzate dai bambini di Roaschia come svago, per costruire “trenini” di osso e altri giocattoli! Sempre durante il Novecento, molti scavi portarono alla luce, oltre a resti di orso, anche resti di vari altri animali, alcuni dei quali riconducibili a frequentazioni della grotta da parte di uomini preistorici. Nel 1967 fu rinvenuto un coltello in bronzo attribuito alla prima Età del ferro. In anni recenti, a seguito degli studi di Livio Mano e della ricerca condotta tra il 2001 e il 2002 dall’équipe del professor Giulio Pavia dell’Università di Torino, sono state ricavate notizie più approfondite sugli orsi delle caverne. Gli ultimi studi di recente condotti dalla dottoressa Marta Zunino e dal prof. Giulio Pavia hanno infine consentito di avere un quadro completo degli abitanti preistorici delle grotte.

Scarica lo studio Il deposito a Ursus speleaus della Grotta del bandito: considerazioni stratigrafiche, tafononmiche e biocronologiche del prof. Luigi Pavia e della dott.ssa Marta Zunino pubblicato sul Rendiconto della Società paleontologica italiana.

Una fauna ricca e interessante, un sito da proteggere
La grotta è oggi di interesse biospeleologico, per la presenza di anfibi e vari artropodi rari. Queste grotte sono abitate dal Diplopode Plectogona vignai, dal Chilopode Lithobius scotophilus, dal Carabide Trechino Duvalius carantii ed è facile trovarvi il Carabide troglofilo Sphodropsis ghilianii, sul fondo ghiaioso della cavità, Dolichopoda ligustica sulle pareti, insieme a Limonia nubeculosa e a Lepidotteri dell’associazione parietale. Sebbene non sia stato ancora censito è probabile, sulla base di ritrovamenti effettuati in grotte vicine, la presenza del rarissimo Palpigrade Eukoenenia bonadonai.
Sulla volta delle gallerie in prossimità dei numerosi ingressi si possono osservare ragni troglofili come Meta menardi (subtroglofilo) e Nesticus eremita (eutroglofilo). Nelle stesse zone, ma al suolo o sulle pareti, è spesso presente il Geotritone (Speleomantes strinatii). Inoltre, sono state ritrovate 13 specie diverse di Chirotteri tra cui Rhinolophus ferrumequinum,Rhinolophus hipposideros, Barbastella barbastellus, Myotis myotis, Myotis emarginatus, Myotis nattereri, Nyctalus leisleri, Plecotus auritus.


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