Lingua e musica d'Oc

Un patrimonio vivente di parole e note

"Parlava provenzale in una strana cantilena, con la cadenza delle Alpi Marittime: a toni alti come singhiozzi seguivano suoni in calando e strascicati, dolcezze da berceuse ... Si capiva a malapena. Ma a chi parlava? Agli angeli o a se stesso sembrava parlare quell’uomo" scrive Francesco Biamonti nel romanzo L’angelo di Avrigue.

Ancora oggi, gironzolando per i paesi delle Alpi Marittime, magari fuori stagione quando c'è meno fracasso, capita di ascoltare i locali parlare fra loro in una lingua diversa dall'italiano, dal francese e dal piemontese: si tratta di una delle parlate occitane, lingue con un denominatore comune da ricondurre più a un'entità culturale che a uno stato. Lingue neolatine musicali e affascinanti, le lingue d'oc, che fino a qualche decennio fa erano semplicemente considerate una forma bizzarra di piemontese e che ora, insieme alla musica tradizionale (spesso rivisitata, attualizzata, reinventata), contribuiscono nuovamente a delineare i confini di un'estesa area culturale transfrontaliera che va dal Golfo di Guascogna al versante italiano delle Alpi Marittime.

Particolarmente vivace, in questo senso, è il settore della produzione musicale: sempre più numerosi sono i gruppi che si rifanno alla musicalità occitana e utilizzano, accanto a moderne chitarre e batterie, strumenti tradizionali quali la ghironda, l'organetto diatonico (da queste parti chiamato semitoun) e il flauto a tre buchi (galoubet). La musica delle valli occitane non è tanto musica da ascoltare quanto da ballare: nelle gigo, nelle courente e nei balèt che animano le feste estive di cui la Val Vermenagna è il terreno d'elezione.